Una riflessione particolare merita il rapporto tra sport ed handicap mentale, inteso quest’ultimo termine come disturbo nella sfera cognitiva o relazionale

 

Premettendo che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su persone cosiddette normali, lo sono, ancora di più per persone più deboli o svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria difficile realtà.

Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative, ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia tendono a una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere scale, prendere l’autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.

Quando parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport (scarico delle tensioni e dell’aggressività, produzione di endorfine, soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più o meno marcato, spesso costante nell’arco della giornata e che più difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi per sé e per gli altri).
Una mancata esperienza di movimento produce nel disabile una condizione ancor più sfavorevole per l’esplicarsi delle connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti motori sia di quelli cognitivi.
Per questo sarebbe ancor più fondamentale una pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo schema corporeo, cioè l’immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue possibilità d’azione.

Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all’indietro, eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.

Quando ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento delle prassi acquisite o al più nell’apprendimento di movimenti semplici o basati su azioni già sperimentate. Ma le abilità motorie non sono l’unico aspetto importante!

È nell’ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci la “partita”; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e, soprattutto, di qualità.