sanita la distanza da colmareProfessionisti della Salute VS. Tecnici Specializzati
Il Progetto NoiSalute per favorire la diffusione delle pratiche di Buonasanità in Italia pone tra i propri obiettivi l’incontro tra l’operatore sanitario e il paziente.

“Mio padre auscultava posando l’orecchio sul petto del paziente, direttamente: io ausculto con lo stetoscopio, a una ventina di centimetri; mio figlio ausculta con il fonendoscopio, a un metro e più…

Ebbene, questo allontanarsi dal malato, per me, è il segnale del vero pericolo che minaccia la medicina moderna: “Che perda di vista l’uomo”.
Prof. Domenico Campanacci (1961)

All’interno della grandiosa sfida per edificare una sanità nuova, moderna, efficiente e qualitativamente migliore, l’umanizzazione delle cure passa necessariamente attraverso la riduzione della distanza con il paziente.

Ciò richiede innanzitutto di sviluppare nel personale socio-sanitario la capacità di comunicare in maniera assertiva ed efficace, costruendo relazioni positive, emotivamente armoniche e di valore con il paziente e i suoi familiari, sia pure all’interno di un colloquio di pochi minuti.

La relazione è parte integrante della cura (come ben sapeva l’esimio prof. Campanacci).

Nel passato (basta guardare a qualche decennio fa), a fronte di una certa impotenza sul piano diagnostico-terapeutico vi era un forte legame con il paziente e l’attività di cura coincideva spesso con l’anamnesi: la “narrazione” del disturbo e l’interazione con il curante agivano come una forza catartica, come il migliore dei placebo (l’unica potente “magia” della medicina, sulla quale tornerò fra breve).

Oggi il progresso scientifico e tecnologico mette nelle condizioni il professionista sanitario di emettere diagnosi accurate e proporre efficaci terapie ma la possibilità di contatto umano è ridotta al minimo.

Il risultato, dunque, è una medicina sempre più capace di guarire ma che, sorprendentemente, tende ad istaurare un rapporto di reciproco sospetto e delusione tra medico e paziente, elementi di disturbo nella relazione tanto da far lievitare continuamente il numero di cause civili e penali della cosiddetta malasanità e, di pari passo, i costi della medicina difensiva.

Il sospetto trova le migliori condizioni per prosperare all’interno della modalità relazionale oggi dominante, quella contrattuale che dovrebbe delineare obblighi e diritti di entrambe le parti.

In effetti, ciò che lega il paziente alla struttura sanitaria e in particolare al medico curante è un contratto scritto solo per la parte che riguarda il consenso informato.

Come non rilevare l’assurdità dell’ipotesi stessa di poter normare con poche righe un rapporto assai complesso che non può basarsi sulla sola informazione ma che necessita, per funzionare, anche e soprattutto dell’alleanza terapeutica e quindi della fiducia reciproca, dell’apertura e della trasparenza tra una persona carica di aspettative ma anche di paure ed un professionista che ben comprende come, nella medicina, non sempre tutto è prevedibile.

Questo rapporto “poco umano”, quindi, favorisce la reciproca delusione alla quale, nel professionista sanitario, spesso si accompagna, specie con gli anni, una sensazione di frustrazione e di mancanza di un senso profondo della propria missione (tradita): il professionista della salute che si è trasformato in un tecnico specializzato.